28/11/16

Cosa fa uno specializzando in reparto.

Mi sa che hanno saputo che arrivavo...
Me l'avranno chiesto in 100 mila persone, e ogni volta ho promesso che "sì, presto scriverò qualcosa a riguardo" rimandando poi continuamente il tutto a data indefinita... ma insomma, adesso eccoci qua.

Il mio lavoro come specializzando in medicina d'urgenza è iniziato con una rotazione in reparto.

Per chi mi conosce, saprete già che i reparti non mi piacciono gran che. Ho scelto la medicina d'urgenza anche - o soprattutto - perché si lavora in Pronto Soccorso, dove non c'è troppa routine, dove si fanno i turni, dove si vedono tanti pazienti, dove si fanno cose che in reparto non si fanno eccetera eccetera.

Per cui, a dire la verità, non ero troppo contento di questa storia dei primi mesi in reparto. Però era una cosa che almeno per un po' mi "toccava", e alla fine insomma di necessità virtù, e ho iniziato.

Il lavoro di reparto consiste in questo: quando arriva un paziente lo si visita, si raccoglie la storia clinica e si riportano in cartella (che poi è tutto lavoro che si fa al computer) esami e consulenze varie che sono state fatte in pronto soccorso.

Chiarisco anche che, essendo un reparto di medicina d'urgenza, la totalità dei pazienti arriva dal pronto soccorso e non ci sono ricoveri organizzati o attività fatte - come si suol dire - "in elezione". Si tratta per lo più di pazienti cardiologici (dolore toracico, scompenso cardiaco eccetera), alterazioni metaboliche, qualcosa di neurologico o di infettivo... ma se qualcuno ha bisogno di una clinica specifica o di un intervento chirurgico, generalmente non viene ricoverato da noi.

Ogni mattina si fa il giro visita con gli strutturati e con il primario. Si guardano gli esami chiesti il giorno prima, si aggiornano le cartelle, e si programmano eventuali esami e procedure ulteriori da richiedere per i pazienti.

Alla dimissione, si scrive una lettera (sempre al computer) con tutti gli esami svolti, diagnosi, terapia da fare a casa ed eventualità varie, e la si consegna ovviamente al paziente che sta per andare via.

In questo modo si libera un letto. Arriva il ricovero di un paziente nuovo, e così via. Per sempre.

Orari molto tranquilli: 8-14 (che spesso sforano un po'), oppure 14-20. Niente notti. Un sabato su 3 lo facevo dentro a turno con gli altri specializzandi, e le Domeniche sempre libere. Ogni tanto qualche riunione o lezione che prende qualche ora in più, ma insomma siamo molto lontani dai racconti di persone che parlano di 80 ore a settimana, giorni e notti e di nuovo giorni consecutivi attaccati e altre storie terribili che avrete sentito anche voi.

Dopo un po' di sconcerto iniziale dovuto al fatto che - come già detto - lì non ci volevo propio stare per niente, alle novità e a tutto il resto, devo ammettere di essermi abbastanza ambientato. Con gli strutturati andavo d'accordissimo, con gli altri specializzandi ancora meglio. Alla fine bisogna dire che se anche il lavoro in reparto è un po' più noiosetto rispetto al lavoro in pronto soccorso, è anche un ambiente dove si lavora meglio, dove si fanno le cose con calma, dove non c'è il rischio di ritrovarsi in mezzo a un casino dove non sai più dove mettere le mani e che pesci prendere.

Quello in reparto è un lavoro tranquillo... e lavorare con tranquillità, a questo mondo, è un vantaggio da non sottovalutare.

Per chi poi chiedeva proprio di sapere: "che cosa fai di preciso nel dettaglio specifico?", forse anche per capire - credo - cosa toccherà più avanti fare a lui, butto giù nella rigorosa sintesi che mi contraddistingue (cioè a caso) le cose che - in 6 mesi - ho più o meno fatto. Anticipo che si svolge sempre tutto insieme o con la supervisione degli strutturati del reparto, che in linea di massima sono tutti specialisti in qualche settore della medicina interna.

Premetto inoltre che ormai negli ospedali grandi c'è uno specialista che si occupa di ogni cosa, per cui non capita mai o quasi mai che il medico di reparto o di pronto soccorso effettui procedure particolari da solo. Se devi fare qualcosa che entra in un ambito specialistico, quasi certamente se ne occuperà (anche) lo specialista, e il tuo ruolo finisce per diventare secondario.

Comunque sia, vediamo:

- Stesura dei ricoveri e delle lettere di dimissione. Che poi già ve l'avevo detto.

-  Visitare i pazienti e scrivere anamnesi ed esame obiettivo.

- Fare (mettere gli elettrodi e premere il pulsante) e leggere un elettrocardiogramma. Poi in ogni caso gli ECG sono refertati da un cardiologo, ma insomma è il caso che il tracciato sai anche interpretarlo da te.

-  Cardioversioni farmacologiche o elettriche (con presenza dell'anestesista). Se ci sono problematiche cardiologiche meno urgenti o più complesse il paziente va in cardiologia, per cui devo dire che è capitato veramente di rado.

- Scrivere e aggiornare le terapie insieme agli strutturati.

- Montare e smontare Holter cardiaci.

- Fare emogas, svilupparli e - ovviamente - interpretarli.

- Discutere con pazienti e relativi parenti delle condizioni cliniche dei pazienti suddetti.

- Chiedere TAC, RX, risonanze, consulenze specialistiche eccetera eccetera.

- Leggere i referti di TC, RX, risonanze, consulenze eccetera... ed eventualmente chiederne delle altre.

- Fare qualche prelievo venoso.

- Ecografie dei vasi epiaortici (che non avevo mai fatto, e uno degli strutturati mi ha un po' insegnato). Le ecografie del cuore e di altri distretti le fanno i cardiologi o l'ambulatorio di ecografia.

- Controllare i monitor/telemetrie dei pazienti quando suona qualche allarme, e saper capire se c'è davvero un problema o se è solo il paziente che si è mosso (generalmente, è la seconda).

- Controllare la ventilazione non invasiva se qualcuno la sta facendo. Non capita di montarla direttamente in reparto, e comunque io non sarei stato in grado di farlo. Ora sto imparicchiando.

- Intervenire in "emergenza" se un paziente sta male: aiutarlo se desatura, fare ECG e troponina se ha dolore toracico eccetera. In realtà i pazienti in reparto sono piuttosto stabili ed è raro che questo sia necessario... concludendo con i dovuti scongiuri.

Mi sembra bene o male di aver detto un po' tutto. Magari qualcosa me la sarò scordata, ma è più o meno così.

A rileggere tutto insieme devo dire che non ho mai avuto l'impressione di fare grosse cose... ma se pensiamo che ero al primo anno si può dire che - tutto sommato - me la sono cavicchiata. C'è un po' sempre la voglia di voler fare di più e di non dover ricorrere di continuo a specialisti o ambulatori o ad altre cose "esterne", ma gli ospedali moderni funzionano così e se per un medico "in formazione" può non essere il massimo per i pazienti direi che è sicuramente meglio.

Mi sento di concludere che, nonostante le mie rimostranze iniziali, l'esperienza in reparto è stata assolutamente positiva. Di sicuro è un tipo di lavoro troppo lineare e "impostato" per i miei gusti, per certi versi anche simile a quello che facevo come ingegnere (e non lo intendo certo in chiave positiva). Ma il lavoro è stato piacevole sia come carico lavorativo, sia umanamente e sia come possibilità di imparare o di mettere in pratica cose che già conoscevo.

A breve qualche notizia sul Pronto Soccorso e su quello che sto facendo ora. Lascio passare i miei soliti 2-3 4 5-6 mesi tra un post e l'altro, e poi torno :)

Simone

08/11/16

Janusz Korczak e il senso della medicina.

Questa non ha copyrght. Spero.
Confesso che non avevo mai sentito parlare di Janusz Korczak. Che poi cercando roba su google per scrivere questo post, mi è parso di riconoscere qualcosa e di far riemergere qualche ricordo di storie lette o sentite decenni fa, ma tutto sommato era un nome che non mi diceva assolutemente nulla.

Poi l'altro giorno ho beccato uno di quei link di facebook con dentro una raccolta di immagini. Delle foto storiche famose (e drammatiche) raffiguranti dei bambini, prese da una parte in originale e dall'altra come disegni che ne rielaboravano i contenuti in una chiave fantastica, positiva, quasi sognante.

Tra le immagini in questione ce ne era una che ho chiesto all'autore di poter riportare (ma che nel caso troverete facilmente cercandovela da soli) e informandomi un po' sul suo contenuto e significato ho - finalmente ci siamo arrivati - scoperto della vita di questo dottore.


Nato a Varsavia nel 1878, non sto ora qui a copincollarvi tutta la biografia da wikipedia. Mi limito solo a dirvi che - dopo aver studiato medicina ed essere diventato pediatra - Janusz si dedicò alla scrittura di testi di narrativa dal dubbio successo (io per lo meno non conosco nessuno che li abbia letti) e alla costruzione di un modo nuovo di intendere la pedagogia che - al contrario - ha avuto grande diffusione e influenza.

Sua anche una sorta di autobiografia scritta mentre era nel ghetto di Varsavia. Autobiografia che forse avrei fatto meglio a leggere PRIMA della scrittura di questo post... ma vabbe': tanto sarà impossibile da trovare (non avete idea ci che m'è toccato fare per trovare quella di Albert Schweitzer: sono dovuto entrare in una biblioteca!) e magari potrò parlarvene a parte in un'altra occasione.

E insomma: medico di successo, educatore e innovatore di grande influenza. Ma - a parte questo - che ha fatto di speciale 'sto Korczack, che manco c'aveva un blog o l'account su Facebook?

Ha fatto che, colpito dal gran numero di orfani lasciati praticamente a loro stessi nella Varsavia dell'epoca (si parla di una situazione con un 50% di mortalità infantile) fondò un orfanotrofio in cui ospitare ed educare dai 150 ai 200 ragazzini.

Così per un periodo di circa 30 anni, dal 1911 al 1942, il dottor Korczack si occupò di bambini. Scrisse per i bambini, insegnò ai bambini, tenne conferenze, lezioni, programmi radio e quant'altro per i bambini. Ospitò bambini nel proprio orfanotrofio, e si occupò anche di altre strutture analoghe.

Era insomma un po' come la storia dell'Uomo Tigre, se solo Naoto invece di essere un coatto capace solo a fare a botte avesse al contrario studiato medicina.

Fatto sta che Janusz non volle abbandonare i propri ragazzini e il proprio lavoro nemmeno quando arrivarono i rastrellamenti che, dal ghetto di Varsavia, presero tutti gli occupanti dell'orfanotrofio e li portarono a Treblinka. Lui era un personaggio famoso, una personalità, e sarebbe potuto scappare in qualsiasi momento. Però, semplicemente, non lo fece.

Da qualche parte ho letto che Korczack morì nelle camere a gas. Da qualche altra parte invece sta scritto che morì già durante il viaggio. In ogni caso, la sua fine fu quella. Poco prima o poco dopo del resto dei suoi ragazzi.

Una storia che fa riflettere, quella del dottor Korczack. Perché, alla fine, cos'è che l'ha reso - almeno nel mio modo di leggere e interpretare la sua vita - una persona speciale? Un uomo importante, da ammirare e - per quanto possibile - da cui prendere esempio?

Per i suoi libri? Perché ha avuto intuizioni come educatore e come pediatra, apprezzate e riprese dai suoi colleghi? Certamente. Diciamo che il valore aggiunto, ciò che ha lasciato alla società contemporanea, è stato sicuramente quello.

Però a me - e penso che questo valga per molti altri - colpisce di più l'aspetto umano. Il fatto di dedicare la vita a un qualcosa di cui c'era bisogno, e infine un gesto tanto grande (non abbandonare i "suoi" bambini), quanto inutile (morire praticamente subito dopo).

Dopo 30 anni da pediatra, di fronte alla minaccia, alla morte, al "male", si è opposto con un gesto che non ha avuto alcun risultato.

Ecco. È per questo che mi ha colpito, la storia di Janusz Korczak. Perché dentro c'è un po' tutto il significato della medicina, dai tempi prima di Ippocrate fino ai giorni nostri e a quelli che verranno. Non riesco a dirlo in maniera meno smielata e retorica di così, perciò beccatevelo: c'è il pensiero che si oppone alla malattia e alla sofferenza. C'è il fatto di dire che sì, le cose stanno in un certo modo e che forse non ci si può fare niente ma che noi - comunque - non lo vogliamo accettare.

Un gesto spesso inutile, in una battaglia che non puoi vincere. Ma che comunque fai perché sì. Perché non ti sta bene. Perché non vuoi dargliela vinta. E fare il dottore, tante volte, è proprio questo.

Simone

PS

Questo post si riallaccia un po' a quelli sui dottori del passato che scrivevo tempo fa anche su altri blog:
Albert Schweitzer
Frank Netter 
Mary Hunt (che credo fosse un'infermiera, ma comunque è uguale).

29/10/16

Riflessioni dopo il primo anno di specializzazione.

Il secondo anno inizia così...
Qualche giorno fa, ho sostenuto l'esame del primo anno di specializzazione.

Diciamo che si è trattato più di una formalità che altro (non credo di aver mai sentito di uno specializzando bocciato e cacciato via da una qualunque scuola!) ma un minimo di tensione comunque c'era, e meno male che è andata liscia.

In questi giorni ho iniziato pure il corso SIUMB, che sarebbe un acronimo per società italiana di ultrasonologia in medicina e biologia. Un corso di ecografia, insomma.

Sono appena stato ad Ascoli per seguire il convegno teorico, e sto frequentando un ambulatorio per la parte pratica. Dovrei finire a Gennaio, sempre sperando che il test a crocette per la parte teorica sia andato bene. Vedremo.

Se ricordate dai vecchi post sul vecchio blog, di quando invece insomma ero giovane, io la specializzazione ero partito con l'idea di non volerla proprio fare per niente. Poi complice il fatto che tutti mi consigliavano di tentarci, nonché il peso non indifferenta della miracolosa vittoria al concorso, ho deciso di provare e vedere - almeno per i primi tempi - come sarebbe andata andata, per decidere poi se restare o andarmene.

I primi mesi sono andati bene, e allora ho spostato l'asticella fino a un anno. Ho detto "gli do un anno di tempo. Vediamo come va, e poi decidiamo".

E ora anche questo primo anno si è concluso. E insomma: è forse il momento di tirare un po' di somme? Direi proprio di sì.

A questo punto, nella prima stesura del post, ero partito descrivendo ogni singolo aspetto della specializzazione come ore, modalità di lavoro, il confronto della vita odierna da "dipendente" con quella passata da libero professionista e così via... ma era una roba di una noia mortale. Per cui tagliamo tutto, e passiamo subito alle conclusioni:

Il primo anno è andato - complessivamente - bene. Poteva andare meglio, ma comunque poteva andare davvero estremamente molto peggio.

Ci sono stati un sacco di casini di cui non parlerò, oltra a cose che - forse anche a causa della vecchiaia incipiente - trovo davvero difficile mandare giù, ma rispetto alle mie aspettative direi che il tutto è andato complessivamente molto ma molto meglio del previsto... per cui, ok: promosso. Andiamo avanti, e iniziamo il secondo anno.

Qualche riflessione sulla vita del medico specializzando, ma che vale - credo - anche per qualsiasi medico semplicemente tale. Forse sarebbe stato meglio rimandare questo discorso agli aggiornamenti futuri, che non è che abbia proprio abbondato con notizie e racconti ultimamente, ma questo non è un serial TV e non è che vi devo lasciare col cliffhanger, che se no non tornate (sempre che qualcuno ancora sia rimasto dopo una pausa tanto lunga).

Insomma, fare il medico di pronto soccorso in un ospedale grande (io sono stato sempre in questi, per cui non so tanto dirvi riguardo a quelli più piccoli) è un continuo scontro con criticità da dover risolvere. E se alcune di queste criticità sono quelle che uno semplicemente si aspetta e sulle quali è normale intervenire (tipo - banalmente - avere a che fare con qualcuno che si sente male), altre lo sono un po' meno.

Può capitare il super-accesso di persone in PS con un affollamento molto più elevato del normale, quando il personale sanitario però rimane sempre lo stesso. Può capitare che, mentre lavori, ogni minuto arriva qualcuno o qualcosa a interromperti... e comunque se non sei in ogni caso perfetto e velocissimo se la prenderanno tutti lo stesso con te.

Può capitarti di avere a che fare con persone che ti mettono in difficoltà, maleducate, invadenti o aggressive: come quei parenti che non vogliono assolutamente lasciarti lavorare in pace e stanno lì tutto il tempo a interromperti e a criticare quello che fai, o colleghi che invece di alleggerirti il lavoro te lo rendono 100 volte più pesante.

Ti ritrovi ogni tanto a guardare gli specialisti di altre scuole, "proiettati" verso una professione che porterà un lavoro più semplice e forse più remunerativo, e a chiederti perché hai fatto questa scelta del cavolo invece di cercare una strada più facile.

La medicina d'urgenza in Italia, come il lavoro di pronto soccorso, sono stati spesso relegati a "rito di iniziazione" per i nuovi medici in attesa di contratti migliori. Oppure il turno in PS era quello che "ti toccava" a giro, una volta per uno, e quando toccava a te dovevi solo fartela passare ed evitare di rompere le palle ai colleghi.

Il medico di Pronto Soccorso era quello su cui scaricare tutte le rotture di palle dell'ospedale. E in quanto ultimo arrivato, ultima ruota del carro e - semplicemente - speranzoso di poter ambire anche a posizioni più elevate, era pure il caso che si stesse buono senza stare lì a lamentarsi e a borbottare.

Ora il medico d'urgenza è uno che ha scelto quello, vuole fare quello e studia per saper fare quello. Ma è una mentalità che è difficile far entrare nei nostri ospedali.

Il rischio è che anche con la specializzazione e il contratto (insperato) da medico urgentista, si rimanga relegati in un cantuccio, a fare quello che si faceva quando la medicina d'urgenza nemmeno esisteva e il pronto soccorso era il posto da cui quasi tutti volevano scappare.

Insomma - in sintesi - fare il medico d'urgenza è difficile. E non solo per il lavoro in sé, ma anche per la situazione in cui ci si trova a iniziare questa professione e al modo in cui ci si deve rapportare con le altre specialità che ancora non ci conoscono.

Ma fare il medico di pronto soccorso ha anche un aspetto positivo. Una cosa che lo fa brillare, almeno ai miei occhi, e che poche altre specializzazioni hanno: qualcuno viene da te perché sta male. Tu lo visiti, chiedi esami, valuti i risultati, capisci qual è il suo problema e lo indirizzi alle cure più adeguate.

Il medico di pronto soccorso è il primo ad avere un contatto con il paziente, a fare diagnosi e a impostare una terapia. Che a voi sembrerà strano, e di sicuro sembrava strano a me quando muovevi i primi passi nei vari reparti e ambulatori, ma quasi nessun medico fa più questo.

Gli ospedali sono impostati in maniera tale che, quando un paziente si ricovera in un reparto o entra in sala operatoria, sulla cartella c'è quasi sempre già scritto tutto, visto tutto e deciso tutto. Senza togliere niente ai colleghi, che fanno ben altre cose e di ben altro livello, l'aspeto di valutare e decidere sul percorso da prendere per un malato spetta in primo luogo al medico di pronto soccorso e forse - ma in maniera diversa - al medico di base.

Il medico d'urgenza fa - nel più completo significato del termine - il dottore. E per questo mi piace questa specializzazione, mi piace questo lavoro e credo che andrò avanti nonostante tutti gli infiniti problemi, motivi di stress e casini vari che ci spingono quotidianamente sempre di più verso la via del burnout.

Perché non credo semplicemente che potrei fare nient'altro.

Simone

19/09/16

Io scrivo per voi.

A poche ore dal terremoto che il 24 agosto 2016 ha devastato il centro Italia, Andrea Franco, scrittore entusiasta e caparbio, ha dato il via a un'iniziativa importante.

L’ideatore ha infatti messo in moto una macchina incredibile attraverso la raccolta di racconti cercando l'adesione di autori provenienti da tutta Italia, per realizzare un ebook collettivo; da qui nasce #ioscrivopervoi.

Il ricavato proveniente dalle vendite sarà interamente destinato alle popolazioni colpite dal terremoto.

#IOSCRIVOPERVOI è un'opera letteraria che sarà disponibile online, appunto, in formato ebook, realizzato da 285 autori, per un totale di 281 testi (tra racconti e poesie), contenente 3 milioni di caratteri e composto da oltre 2000 pagine.


Il prezzo di partenza è di 2.00 euro, ma saranno possibili anche altre opzioni che troverete nel sito.

Tutti i costi di commissione sono spiegati dettagliatamente sulla pagina, prima dell'effettuazione del pagamento. I soldi verranno devoluti alla Protezione Civile, ma in caso di cifra considerevole verrà valutato se finanziare un progetto di ricostruzione donando i ricavati a un comune (per una scuola). I soldi saranno devoluti quando il flusso complessivo sarà stato valutato e saranno così realizzati degli step a cifre tonde.

La pagina facebook ufficiale di #IOSCRIVOPERVOI verrà costantemente aggiornata con tutti gli incassi, con la finalità di tenere tutti al corrente dei progressi realizzati.

Andrea Franco si metterà, fin da subito, a disposizione delle autorità per controlli sulla movimentazione dei soldi, qualora ce ne fosse la necessità.

Ci saranno ulteriori attività di promozione, che saranno divulgate sulla pagina ufficiale Facebook, e sul blog di Destinazionelibri (www.destinazionelibri.com) tramite locandine, testimonial, video, e foto dei lettori con l'ebook (che saranno caricate sul profilo Instagram).

L’ufficio stampa che segue questa iniziativa è Destinazionelibri, se siete interessati a parlare di questo progetto con giornali, radio, televisioni, blog, scrivete a questo indirizzo.


Abbiamo fatto quello che sappiamo fare meglio, gli autori hanno scritto, ora non resta altro che leggere. Portiamo nel nostro quotidiano questa iniziativa. #ioscrivopervoi, parole per ricostruire, parole per amare, parole per vivere.

I collaboratori al progetto sono stati: Destinazione Libri (www.destinazionelibri.com) per l’aiuto nella raccolta racconti, le iniziative parallele e il servizio di ufficio stampa. Tutte le persone che hanno impaginato i racconti (in ordine casuale… e ci perdoni qualcuno se l’abbiamo dimenticato e qualcuno che, nonostante la disponibilità accordataci, non abbiamo potuto contattare perché abbiamo smarrito le loro mail tra le mail!): Roberta Martinetti, Elena Coppari, Barbara Boggio, Pia Barletta, Lucia Guida, Luca Di Gialleonardo, Strumm, Enrica Aragaona, Francesco Spiedo, Alessia Lini, Stefano Caso, Ludovica Grandinetti, Lara Bellotti, Elio Marracci, Diego Matteucci, Paolo Leonelli, Gioia Monte, Lorena Carella, Fabio Ancarani, Flavia Fedele, Ilaria Rocchi, Laura Apollonio. Cora Graphics per la realizzazione della copertina. Ancora Luca Di Gialleonardo che si è preso il malloppone finale e lo ha trasformato nei formati che avete sottomano! Cristiano Iacoangeli che ci ha offerto spazio web e ha creato la pagina per rendere automatizzata la vendita dell’ebook. Tutti gli autori che hanno partecipato, quelli che sono rimasti fuori perché arrivati tardi, tutti voi che avete comprato il nostro ebook, tutti coloro che ci aiuteranno a diffonderlo. A tutti voi vanno i nostri più sinceri ringraziamenti.

05/09/16

E in bocca al lupo pure a voi!

ECCOLO!!!!!!! :)
Domani ci sarà il test di ammissione a medicina.

Sono sempre stato contrario al numero chiuso: penso che il numero enorme di persone che provano a entrare a Medicina nasce - anche - dal fatto che, essendoci un numero di posti così "limitato", è un po' l'idea di tutti che passare questo test significhi più o meno garantirsi un posto di lavoro sicuro e ben retribuito entro qualche anno.

E non è che si possa negare: i medici trovano - in linea di massima - lavoro, e i medici guadagnano fin da subito anche benino e sicuramente più di un qualsiasi altro neo-laureato.

Ai miei tempi, però, a Ingegneria non c'era nessun numero chiuso (e in linea di massima non c'è nemmeno adesso). Eppure chi si laureava trovava lavoro lo stesso, e non c'era tutta questa folla dopo il Liceo a voler diventare ingegnere.

La mia idea è che la selezione andrebbe fatta durante l'università. Una facoltà di medicina dove si iscrive chiunque voglia, ma più selettiva e senza il "miraggio" del posto sicuro alla fine, in breve tempo vedrebbe crollare le richieste e - si spera - alla fine il medico tornerebbe a farlo solo chi lo vuole realmente fare. Perché gli piace il lavoro del dottore, intendo, e non perché passare uno stupido test a crocette gli offre chissà quali possibilità lavorative.

E vabbe'. Ma a voi domani ormai vi tocca, perché le cose stanno così e non penso che cambieranno a breve. Non entro domani, questo è abbastanza sicuro.

Per cui fatevi valere. Rispondete con calma, non fatevi prendere dal panico e non state lì troppo a farvi le pippe mentali se entrate o non entrate. Andrà come dovrà andare. Alle brutte riproverete il prossimo anno, o ancora proverete una facoltà di ripiego scoprendo che invece era quello il vostro sogno.

Oppure entrerete col massimo dei voti, nella prima sede scelta. E a quel punto cavoli vostri: ve la sarete cercata, e non avrete più alcuna scusa :)

In ogni caso, in bocca al lupo a tutti!

Simone

18/07/16

In bocca al lupo!

Potete scegliere una scuola diversa. Se proprio dovete.
In extremis, e dopo la "cazziata" di Chiara nei commenti al post più in basso, mi riaffaccio sul blog per fare il mio più sentito incoraggiamento a chi domani ha la prima prova del concorso di specializzazione.

Un anno fa, quando toccava a me, ero eastremamente scoraggiato, pessimista, negativo e quant'altro. Poi alla fine è andata benissimo, perché sono riuscito a entrare nella scuola che avevo scelto e nella mia città... anche se ho la fortuna di vivere in una città grande dove le possibilità sono ovviamente maggiori.

Insomma è fattibilissimo vincere anche con un curriculum non stellare e senza la conoscienza globale e totale di certi colleghi studenti che stavano sempre una spanna avanti a me.

Potete farcela insomma, per cui andate lì, spaccate tutto e tornate con il vostro bel posto da specializzando in tasca!

Simone

P.S.

Riguardo al blog, scusate se sono latitante ma come dicevo già da un po' è ora di trovare altri argomenti e nuove idee. Comunque avevo intenzione di aggiornarvi sugli sviluppi della specializzazione, magari nei prossimi giorni ci rivediamo!

31/05/16

Manuale di sopravvivenza per scrittori esordienti.

Se mi seguite da un po', magari addirittura da uno dei blog più "vecchi" in assoluto (quello sulla scrittura), ricorderete che a suo tempo ho pubblicato un libro che raccoglieva alcuni dei miei post mettendoli sotto forma di una sorta di corso di scrittura.

Adesso il libro è stato riveduto quel tanto che basta per non parlare di Internet come la novità che potrebbe cambiare il nostro modo di comunicare (sono cambiate un po' di cose in questi anni, in effetti), ha un titolo - secondo me - più adatto e con una - secondo me - migliore copertina, ed è stato riproposto in formato ebook sempre dagli amici della Delos.

Devo dire che tra le tante novità di quest'anno (tipo quella di essere entrato in specializzazione) questa è una delle più piacevoli. In un certo senso dopo "da ingegnere a medico" mi ero un po' fermato dal punto di vista della scrittura, e non speravo proprio di poter tornare così presto a presentarvi qualcosa di scritto da me.

Ovviamente tutto questo c'entra poco con medicina, seconde lauree, studio e quello insomma di cui parliamo di solito. Mi limito a lasciarvi il link al libro e la breve auto-biografia che ho inserito nella quarta di copertina (se mai esista qualcosa del genere per un ebook), e vi rimando ai prossimi giorni per qualche altro aggiornamento sulla scuola di specializzazione.

Manuale di sopravvivenza per scrittori esordienti

Simone Maria Navarra ha scritto più libri di quanti una persona di cultura media riuscirebbe a leggere nel corso della propria vita (del resto, potrebbe anche bastarne uno solo) ma l'unico che è riuscito a pubblicare con un editore “vero” è stato questo. Visto che si tratta di una riedizione, però, potremmo anche contarlo due volte.

Nel corso della sua attività di scrittore ha pubblicato ebook autoprodotti, si è infilato in raccolte di esordienti, ha riempito la rete di blog, partecipato a concorsi, litigato sui forum, annoiato (ha, o si è, a seconda dei casi) alle presentazioni, spammato via mail, condiviso su Facebook e insomma ha fatto tutto quello che a un aspirante scrittore potrebbe venire in mente di fare nel tentativo di uscire allo scoperto.

Nel frattempo gli è capitato di svolgere la professione di ingegnere, ma dopo una serie di vicissitudini un po' lunghe da spiegare si è ritrovato a fare il dottore. Ha raccontato questa storia in un altro libro… che non è però riuscito a pubblicare. Ovviamente.

Per cui, intanto, leggetevi questo.