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24/02/15

E mi sono (quasi) iscritto all'albo.

Oh regà, su Wikipedia c'era solo questa!
Test di ammissione: fatto.

6 anni di esami: fatti.

Tesi di laurea: fatta e discussa.

Tirocini post laurea: fatti.

Esame di stato: fatto.

Iscrizione all'albo: fatta.

E ora sembrerebbe che sia finita, e in effetti bene o male lo è. Solo che tra l'iscrizione fisica allo sportello dell'Ordine e l'iscrizione - uhm - spirituale al registro degli abilitati alla professione passano un altro mesetto e passa.

In tutto questo mi sto divertendo un mondo per l'iscrizione (pure) al nuovo ente previdenziale: che quando gli ho detto che adesso avevo 2 professioni, il commercialista è svenuto! Roba da morire dal ridere.

Quello che farei notare è che - avendo fatto tutto il più in fretta possibile e alla prima occasione utile - dalla laurea presa a Luglio dovrò aspettare la seconda metà/fine Marzo per poter fare qualcosa. Ammettendo che per un medico appena laureato ci sia davvero qualcosa da fare. Che poi in effetti c'è, ma magari ne riparliamo.

Insomma a seconda di quanto siete ottimisti o pignoli nei conti fanno 7-9 mesi di totale e inutile inattività dal giorno della laurea al giorno della disoccupaz... volevo dire: abilitazione vera e propria.

7 mesi (facciamo quelli ottimisti e che si sono fatti pure un po' di vacanze) in cui non impari niente se non quello che vuoi impararti da solo prendendoti i libri e andando per conto tuo in ospedale a chiedere "che per favore mi insegni", nella speranza di beccare l'occasione giusta e di non essere mandato affancuore.

7 mesi a fare quelle cavolo di domande a crocette e a pagare bollettini per università, pensioni, stato, regione e chiunque abbia saputo della tua festa di laurea e gli sia venuta la gentile idea di farti un regalo.

Però cui insomma io sapevo già bene o male di questa situazione. Che cavolo, non è nemmeno la prima volta che mi abilito a qualcosa! Era solo una grande scocciatura che sapevo di dover prima o poi affrontare. Tant'è che ho sempre detto che gli anni di medicina sono 7, e che mi sarei organizzato per quest'anno con il master e tanti tirocini.

Insomma 7 mesi andati tutto sommato lisci come previsto. E tutto questo era solo per informarvi che - tra appena solo un altro mese/mesetto e mezzo scarso - è finita, e saremo finalmente e ufficialmente in ballo... qualsiasi cosa questo possa significare.

Simone

12/10/09

Come (non) aggiornare il firmware del cellulare. Quasi.

Ho deciso: invece di sperperare il PIL di un piccolo stato per l'iPhone e la flat di un altro gestore, attivo un'offerta della TIM che mi dà 50 mega di internet al giorno sul mio telefono mezzo scassato, a soli 10 euro al mese.

Ma in che cazzo di lingua ho scritto? E perché avete capito tutti?

E ok. Prima di attivare tale promozione, ho la sciagurata idea di collegare il Nokia al PC per vedere se, che ne so, c'è bisogno di qualche aggiornamento per farlo navigare meglio (che smetta improvvisamente di impallarsi?). E i risultati sono quelli che seguono:

Step 1: devo aggiornare il software installato nel PC. Lo scarico da Internet, l'installo e ovviamente quello mi chiede di riavviare, perché le dll della Nokia hanno la precedenza sul mio lavoro.

Step 2: il nuovo software riconosce il vecchio telefono (sta tipo 5 minuti ad aprire finestrelle di nuovo hardware trovato, nuovo hardware trovato e, guarda un po', nuovo hardware trovato) e dichiara che sì, il firmware del telefono è da aggiornare.

Step 3: sto per scaricare il firmware, quando una scritta mi terrorizza: l'installazione dell'aggiornamento cancellerà tutti i dati contenuti nella memory card. Ma perché? Come se aggiorno internet explorer e mi formatta l'hard disk, ma che senso ha?!

Insomma, Step4:
fare il backup dei file del telefonino. Il Nokia ha una micro SD, la sfilo e vado a inserirla nel lettore di memory card, maaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa...

Step 5: mavvaffanculo! Ho lasciato l'adattatore da micro-sd a sd-normale a casa mia, e adesso sono in ufficio (dove evidentemente oggi ho lavorato molto). E mo'? Facile...

Step 6: uso il cellulare medesimo come lettore di memory card. Facile, economico, immediato... eh no, immediato no perché è talmente lento che ho fatto in tempo a scrivere questo post, e ancora mi dice che mancano 10 minuti! Roba che nemmeno le connessioni seriali di una volta erano così ammorchiate, ma chi li programma 'sti cosi?! Eh già, non ci sono più le connessioni seriali di una volta...

Step 7: immagino che finito di scaricare la memory card dovrò scaricare il firmware e successivamente trasferirlo sul cellulare, che se tanto mi dà tanto starò qui un'altra mezzora, un'ora o anche tutta la giornata. Ma un file del cazzo tipo Firmware.ini da installare sotto dos tramite un solo maledetto comando "copia" era troppo difficile? Ma se non ci sono centomila altre stronzate che rallentano tutto e rompono solo le palle la gente poi non telefona più, secondo loro?

Intanto Windows mi dice che al termine della copia dei file mancano ancora 5 minuti.

E tra 6 minuti esatti, se ancora non ha finito, mi verrà tanta voglia di passare allo Step 8: spegnere il PC, staccare i fili di collegamento, prendere il cellulare e infilarlo nel c... volevo dire: tirarlo in testa a qualcuno dell'assistenza tecnica.

Che dopo, magari, naviga pure più veloce.

Simone

08/10/09

Quasi quasi mi compro l'iPhone!

C'è l'amico che ce l'ha perché è meglio.

C'è quello che ce l'ha, perchè la Apple lo rende parte di qualcosa di grande. (?)

C'è quello si compra l'iPhone perché ha il giochino che diventa un fucile a pompa o una birra, mentre gli altri telefoni no.

Qualche intellettuale se lo compra perché in America ce l'hanno tutti, e lì c'è Obama.

C'è anche il tizio che ce l'ha per far capire che guadagna tanto.

E poi c'è chi non sapeva semplicemente che cellulare comprare e allora, per caso, ha preso quello.

A me invece hanno regalato un Nokia modello N-non mi ricordo, che di telefoni non ci capisco niente. Ha una levettina di plastica che se la giri si scopre l'obiettivo e puoi fare il filmato. Soltanto che è talmente lento che, tempo che è partito, quello che volevi filmare te lo sei bello che perso.

Il mio telefonino fa le foto a non so quante mila migliaia di pixel, solo che vengono una merda e tutte sgranate. Ha il navigatore, ma tempo che l'accendi, parte il programma e trova pure il segnale facevi prima ad andare a piedi.

Sul cellulare ho anche la radio e il lettore MP3. Solo che, come li accendi, tempo venti minuti e ti si finisce la batteria.

E poi è tutto rotto: ha un pezzo di scotch che tiene fermo il coperchio, e un altro per chiudere lo sportelletto della micro-sd, che il progettista non aveva pensato che mettendoci una singola, unica goccia di colla, dopo 3 volte che l'aprivi ti restava in mano.

Tra l'altro il mio Nokia ha anche un sacco di problemi col sistema operativo: il bluetooth della macchina lo riconosce quando gli pare, se vuoi collegarlo al computer è meglio che preghi e poi s'impalla qualcosa come dieci volte al giorno. Così la gente che mi chiama trova il telefono spento, mi tocca richiamarla a me e ci rimetto anche i soldi.

E insomma, a un certo punto ho detto basta: ce l'hanno tutti, è fico, è bello, funziona meglio ed è irrinunciabile. Adesso mi compro l'iPhone pure io!

Vado al negozio tutto convinto e deciso. Guardo in vetrina, ed eccolo lì: il super telefonino della Apple. Bello, sensuale, con una linea talmente trendy e innovativa che ogni donna m'implorerà di chiamarla mentre gli altri uomini si sentiranno mortificati e afflitti.

Grande! Adesso entro, chiamo, il commesso e... ma che cosa?! Costa settecentoquindici euro?! Ma c'è anche la versione economica, che di euro ne costa solo cinquecento. Anche quattro e cinquanta, se lo ordini dalla Corea e poi preghi che non ti fottano alla dogana.

Eppure, però, insomma, quasi quasi... e vabbe'. Ho deciso:

Mi tengo il mio Nokia scassato.

Simone

22/09/09

Il minuto di silenzio.

Sono in macchina, quando la stazione radio che ascolto sempre dichiara di partecipare al minuto di silenzio per la cosa che saprete tutti, e interrompe le trasmissioni.

Resto per qualche secondo a sentire il nulla, e poi provo a cambiare stazione: non voglio assolutamente interrompere il silenzio, ma sono curioso di sapere se anche l'altra radio che ascolto di solito sta facendo lo stesso. E scopro che è muta anche quella.

Provo una sensazione strana: è come se la radio si fosse improvvisamente spenta, e le trasmissioni annullate. Quasi che un evento improvviso avesse cancellato di colpo la civiltà, e io stessi lì ad ascoltare il niente che ne rimane.

Il silenzio mi ricorda che la musica e le parole non esistono da sole. La vita, le idee e il casino di tutti i giorni sono un nostro costrutto. Senza l'intervento del pensiero, senza di noi, non esisterebbe nulla.

I secondi sembrano allungarsi ben oltre il minuto prestabilito. M'immagino la musica che scompare per sempre, e le televisioni che si spengono. Spariscono le auto e i semafori, le pubblicità e i negozi. E alla fine anche le persone.

Il mondo è solo un sasso, disperso nello spazio vuoto.

E tutt'intorno non c'è niente.

Simone

06/07/09

Il mondo non finisce.

Quando vado a correre al parco dietro casa, vedo un po' di tutto:

Si parte dal solito esercito di cani portati a passeggio, ma ogni tanto ne sbuca fuori anche qualcuno randagio, che in qualche modo sopravvive anche per conto suo. Incrocio specie di uccelli a cui davvero non saprei dare il nome, e da certi stormi che si sollevano dagli alberi sembra che - forse attratti dalla dieta mediterranea - i pappagallini arrivati qualche anno fa abbiano deciso di italianizzarsi del tutto.

Una volta abbiamo trovato un riccio (o un istrice o quello che era). Ci hanno detto che se soltanto lo toccavamo andavamo in galera, per cui non saprò mai se stava bene nello stufato, assieme all'orso e alla talpa. Oltre a questo, di tanto in tanto qualche topo gigante mi taglia la strada, anche se quelli non serve andarli a cercare fino al parco: in genere, è più facile ritrovarseli sotto la macchina.

Torno a casa, e trovo un gatto randagio che lotta con una lucertola così grande da sembrare un caimano. Faccio per prenderla e portarla in salvo, ma quella mi soffia e - in effetti - fa proprio un po' paura. M'immagino i titoli dei giornali: famoso scrittore divorato da rettile, con la gente che scuote la testa e commenta: ma non era famoso per niente.

Alla fine tolgo il tappo da un tubo di scolo: la lucertola scappa lì dentro, mentre il micio ci resta malissimo. Rimane appostato lì davanti, sperando che la sua preda torni indietro a farsi sbranare, spinta magari da qualche crisi depressiva.

Più tardi vado a trovare i miei. Esco in terrazzo con Antonio in braccio, e lui mi fa segno di guardare per aria: un po' di rondini passano lontano, ma lui è attratto da un gabbiano enorme che gira sopra di noi, con tanto di gridi appropriati alla situazione.

Ogni tanto guardo il TG, o leggo certe cose che scrivono sui giornali, e mi prende davvero un po' di sconforto. Poi mi guardo attorno, vedo la realtà, e penso che la natura non mente.

E il mondo non finisce.

Simone

15/06/09

Le categorie in cui sono suddivisibili gli esseri umani (seconda parte).

Il permissivo remissivo: è il classico uomo (o donna) soprammobile. Se va alle feste sta lì come uno stoccafisso (si scrive con 2 c?) a fissare gli altri, o anche il nulla. Se si tratta di decidere un posto per le vacanze o di andare a vedere un film, per lui è sempre tutto uguale e va bene quello che decidono gli altri. Quando si discute di politica o di temi possibilmente controversi, assume immediatamente le convinzioni di chi ha preso la parola in quel preciso momento, seppure senza alcun particolare trasporto, così da poter facilmente ritrattare ogni eventuale opinione incautamente espressa.

Si accoppia bene con tutti, visto che tanto accetta qualsiasi critica e non rompe l'anima a nessuno. Magari non è la compagnia più eccitante che possiate trovare... però sempre meglio di uno che vi rompe le palle tutto il giorno.

Espressione tipica: (al centro di un'accorata discussione) forse hai ragione tu, ma anche lui non è che abbia torto. E comunque io la penso come entrambi.

Lo psicotico che deve fare e controllare tutto lui: ogni cosa ha un modo migliore in cui può essere fatta, e ovviamente il modo migliore è come dice lui. Se ci lavorate o vivete insieme può farvi venire un esaurimento nervoso modificando ogni vostro singolo gesto quotidiano in una maniera - a suo dire - più efficente.

Gli piace rivestire più mansioni fondamentali allo stesso tempo, specialmente se sono inscindibili o vanno addirittura in contrasto. Il suo partner ideale è quello che non gli va di fare un cazzo, visto che è contento che qualcuno voglia occuparsi di ogni cosa al posto suo.

Espressione tipica: adesso chiamo quello che ha fatto 'sto casino e me lo inc... redarguisco. Poi chiama un numero col cellulare, e a squillare è il suo secondo telefono.

L'artista rincoglionito: che faccia l'artista per davvero e che abbia successo o no, non cambia molto. È il classico tipo che raccoglie un oggetto rotto buttato vicino a un cassonetto e sta una settimana a smontarlo, rimontarlo e ripurirlo prima di capire che sì: effettivamente, era proprio rotto.

Per lui non esiste una differenza tra lavoro e tempo libero. Fa quello che gli viene in testa e quando gli va di farlo, senza magari rendersi conto che ha dato una raccolta di poesie a un cliente del suo studio, mentre alla serata del Club dei poeti leggerà una serie di preventivi (riscuotendo tra l'altro più successo del solito).

In genere è circondato/a da persone che si innamorano perdutamente di lui/lei, però è più facile che sia così perso dietro a qualche assurda mania (ma guarda che muffa strana che cresce dentro questa mattonella!) da non rendersene nemmeno conto.

Espressione tipica: guarda che figata questa cosa (inutile) su cui ho lavorato per centoventotto ore. Non posso spiegarti a che cosa serve, perché non lo so.

Ultimo ma non ultimo, il mio particolare profilo personale e cioè...

Quello che non gli va di fare un cazzo: in genere si alza all'ora che capita (che per il lavoratore zelante può benissimo essere l'ora di andare a dormire) per cui arriva sempre in ritardo a qualsiasi impegno, lezione, evento o appuntamento.

Se ha una casa di sua proprietà o una minima rendita è finita perché non lavorerà mai, e impiegherà anche 15 anni per prendere una laurea triennale che poi - ovviamente - non ha intenzione di sfruttare.

Se è costretto a lavorare passa le giornate tra facebook e siti porno, e se anche l'ufficio gli impedisce di collegarsi a Internet s'inventa qualsiasi altra cosa pur di lavorare... tipo giocare col cellulare, usufruire del porno attraverso comuni riviste, dormire non visto sotto la scrivania o passare giornate intere imboscato da qualche parte a fumare. Come già detto, si accoppia solo con lo psicotico/a che fa tutto lui/lei, perché contribuire a una relazione - se devo essere sincero - è davvero troppo impegnativo.

Espressione tipica: rientriamo presto, vero? Domani non voglio dormire fino a tardi... perchè se sto troppo tempo a letto mi stanco.

Simone

12/06/09

Le categorie in cui sono suddivisibili gli esseri umani (prima parte).

C'è chi dice che le persone sono tutte uniche, diverse, originali, piene di caratteristiche che le rendono insomma degli individui speciali e pieni di fascino. La verità, invece, è che no: non è vero.

Avendo conosciuto almeno più di 10 o anche 12 persone in vita mia, posso assicurarvi che finita la novità, passato cioè quel momento in cui conoscere gente nuova è effettivamente un evento carico d'interesse, una volta che insomma ci ritroviamo a vedere e analizzare le persone per quello che realmente sono è evidente che non siamo poi tutti così diversi come ci immaginiamo.

Gli esseri umani fanno parte di 3-4 o al limite (fammi contare quante ne ho scritte...) 8 categorie caratteriali e comportamentali. Questo loro essere si riflette anche nei rapporti interpersonali e in quelli affettivi, e alla fine la differenza reale tra due individui appartenenti allo stesso gruppo non sta che in banali sottigliezze di carattere puramente estetico.

Ma non sarete così superficiali da giudicare una persona solo dall'aspetto, vero?

Le categorie degli esseri umani:

Il misantropo megalomane:
qualsiasi cosa dica o faccia, è sempre convinto che chi la pensa diversamente sia un idiota. In genere appartiene a qualche ideologia politica estrema (che però non fa che criticare) e trova che la democrazia sia un sistema inutile e superato, visto che la gente non fa che sfruttarla per esprimere insulse opinioni.

In genere resta single, perché non ritiene nessuno degno di mescolare i propri geni con i suoi. Può accoppiarsi con un lavoratore zelante, a patto che quest'ultimo passi talmente tanto tempo in ufficio da non farsi mai vedere.

Espressione tipica: non è questione di punti di vista: io ho ragione, e tu sei un idiota.

Quello che vorrebbe avere 20 anni di meno: in genere mente sull'età (se è una donna, quanti anni ha davvero non lo sa più nemmeno lei) si veste come un adolescente, si tinge i capelli e passa le serate in certi locali alla moda dove una birra e un po' d'insalata di riso costano 20 euro.

Il tizio che vorrebbe avere 20 anni di meno decide regolarmente di cambiare studi, casa, lavoro, moglie/marito e anche cittadinanza, ma poi posticipa sempre qualsiasi progetto perché ha paura che sia troppo presto. In genere resta single anche se vorrebbe fortemente sposarsi: il problema è che si sente ancora troppo giovane, e preferisce continuare la ricerca della persona giusta.

Espressione tipica:
una volta uscivamo tutte le sere, ma adesso tutti i miei amici sembrano dei vecchi... specie quelli che sono andati in pensione.

Quello che gli fa schifo tutto: se va al cinema, rompe l'anima a tutti criticando il film durante la proiezione. Se si parla di musica non esiste nulla che gli piaccia, a parte qualche gruppo assurdo che nomina sempre ma che in realtà non ascolta mai.

Molla tutti i libri a metà perché erano brutti, odia la televisione e la radio, quando va a cena fuori si lamenta per quello che ha mangiato o (se si mangiava bene) per il conto o (se si mangiava bene e costava poco... ma esiste un posto del genere?) per qualche cosa inutile come lo spessore dei sottobicchieri o il colore della carta da parati. In genere è single non tanto perché gli facciano schifo i rapporti di coppia (cosa che comunque corrisponde a realtà), ma perché non trova nessuno che lo sopporti. Se sta in coppia, è con un altro come lui a cui fa schifo tutto: invece di avere rapporti sessuali, raggiungono l'orgasmo facendo a gara a chi disprezza più cose.

Espressione tipica: quanto non sopporto la gente che si lamenta!

Il lavoratore zelante: è il classico tipo che il fine settimana esce di casa che già rompe le scatole che è troppo tardi: il giorno dopo (Domenica) deve andare in ufficio alle 7 per fare qualcosa di importantissimo che nessun altro ovviamente può fare al posto suo.

Il lavoratore zelante lavora più ore di qualsiasi altro lavoratore (non zelante) che conosciate, ma il suo sogno è trovare un posto che lo faccia lavorare ancora di più (tipo 05 - 24, fine settimana compresi) senza nemmeno pagargli lo straordinario. Il tempo libero (almeno quel poco che gli resta) ama passarlo raccontando a tutti i suoi amici di quanto è faticosa la sua professione, nella speranza che si sentano in colpa.

Si accoppia solo se trova qualcuno che non gli faccia assolutamente sottrarre tempo al lavoro, ma spesso resta single senza nemmeno rendersene conto.

Frase tipica: questa sera non esco, che la settimana prossima ho una riunione importante. O anche: non mi segno lo straordinario, perché non vorrei che pensassero che lavoro per i soldi.

Simone

06/06/09

I predatori del posto all'università perduta: la vera storia di quando facevamo le corse per prendere i posti a sedere all'università.

Ok, lo ammetto: che schifo di titolo. Però almeno così si capisce di cosa parla il post, e magari lo legge più gente.

Detto questo, la dura lotta per la conquista del posto a sedere all'interno di un'aula universitaria non appartiene al mio attuale presente di sfigato aspirante futuro medico, ma al mio presente passato di ancor più sfigato studente d'Ingegneria.

A Medicina, infatti, non c'è bisogno di prendere i posti: grazie al numero chiuso le aule sono quasi vuote, e se anche arrivi con mezz'ora di ritardo trovi ancora tutte le sedie libere che ti pare. Ci si potrebbe quasi chiedere perché questo benedetto numero chiuso non l'allarghino, visto che lo spazio in effetti ci sarebbe... ma per l'appunto ho detto quasi, per cui lasciamo stare.

A dirla tutta, dal secondo anno in poi anche a Ingegneria potevi sederti dove capitava, visto che eravamo una frazione del numero iniziale. Ma durante il primo anno no. Al primo anno d'Ingegneria, se non prendevi i posti dovevi sederti per terra, tra lo sporco, la polvere, i bacarozzi, i topi, i ragni e - cosa più orribile ancora - in mezzo agli altri studenti sfigati che magari si facevano la doccia una volta a settimana perché tanto sai chissene frega di apparire curati. In fin dei conti, a Ingegneria nemmeno ci sono le donne.

Ed eccovi il breve resonconto di una tipica giornata di quelle in cui prendere i posti toccava a me:

Tra le quattro e mezza e le 5 suona la sveglia, in tempo in tempo per prendere il primissimo autobus della mattina (o l'ultimo della notte precedente, visto l'orario). Verso le 5 e mezza di mattina, di fronte al cancello della facoltà c'è già un bel po' di gente. Alle 6 c'è una folla. Alle 6 e mezza, un tremito attraversa le giovani promesse dell'italico ingegno (per non ripetere sempre sfigati): la guardia giurata ha lasciato la sua guardiola all'interno dell'edificio, e viene ad aprire.

Aprire, però, non rende l'idea: immaginatevi questo poveretto bianco come uno straccio che si avvicina al cancello, mentre 100 studenti brutti e sudati iniziano a spingere tutti insieme come gli zombie di Resident Evil. La gente spinge così forte che mi sento sollevare, i miei piedi non toccano più terra.

La guardia giurata infila la chiave, fa scattare la serratura e poi salta dietro al muretto della recinzione come un marine in mezzo a una sparatoria, per evitare di essere travolto. Una volta il cancello ha ceduto un attimo prima che girasse la chiave, e nessuno sa bene che cosa sia successo. In ogni caso, il giorno dopo c'era una guardia nuova.

A quel punto, si parte: subito dopo il cancello c'è una curva a destra di 90° che porta a delle scalette in marmo pericolosissime, mentre l'ingresso dell'edificio è una porta a vetri rinforzata con barre d'acciaio. Inutili: una volta uno c'è andato a sbattere contro, e c'è passato attraverso lo stesso. Adesso credo che ci sia una targa col suo nome.

Un attimo prima di entrare nell'edificio, sento qualcuno che mi pesta un piede da dietro e mi aggancia la scarpa, sfilandomela. Ora mi fermo a raccoglierla - mi dico - non posso mica andarmene in giro scalzo! Ma c'è troppa gente che mi spinge da dietro, e fermarsi è veramente impossibile oltre che praticamente un mezzo suicidio. Insomma continuo a correre con una scarpa sola, conscio che tutti quanti mi avrebbero preso per il culo a vita, ma che almeno una vita per farmi prendere per il culo mi sarebbe rimasta.

Subito dopo l'ingresso c'è un corridoio bello lungo in cui si prende velocità, poi una curva a 180° attraverso le porte antincendio. Qualcuno fa scattare l'autochiusura, così chi stava indietro è fottuto. Ci precipitiamo giù per le scale che danno verso le nostre aule con la gente che si spintona, inciampa e cade di sotto. Per tutto il palazzo si sentono grida, urla, pianti e invocazioni.

Porta dell'aula, è l'ultimo sforzo: salto sulla prima fila libera che trovo e mi ci sdraio sopra, allungandomi più che posso così da conquistare fino all'ultimo centimetro utile di banco. Sono sei posti, proprio quelli che dovevo prendere. Ce l'ho fatta! Adesso potrò seguire la lezione di Analisi I, e potendo udire la voce del professore - forse - ci capirò anche qualcosa.

Piano piano arrivano anche gli ultimi. Qualcuno piagnucola, qualcun altro barcolla, e in mezzo ai banchi rimane qualche inquietante posto vuoto. Ma alla fine l'aula si riempie, e torna la calma. Lascio quaderni, fogli e oggetti vari a tenere i posti duramente conquistati, poi torno fuori a cercare la scarpa famosa che m'ero perso correndo.

Per fortuna è ancora lì per terra, per cui me l'infilo e inizio a riallacciarmela. Accanto a me, un ragazzo a cui hanno calpestato gli occhiali raccoglie le lenti ridotte in frantumi, mentre dal marciapiede, al di là del cancello, una persona che ha assistito a tutto mi guarda con aria sconvolta.

Ma voi siete matti - commenta, dal suo meraviglioso mondo reale in cui l'Analisi Matematica non esiste - voi siete completamente matti.

Simone

03/06/09

Gli sport rischiosi in cui la gente si fa male.

Avete mai fatto uno sport estremo? Intendo skate, salto con l'elastico (o bunjee jumping, se preferite) parapendio, prendere i posti all'università (questo magari lo approfondiremo tra qualche giorno) e cose del genere? Ottimo, anche lì ci si fa male e si rischia di rompersi qualcosa. Ma non sono queste le attività per così dire rischiose di cui voglio parlare adesso.

Quelli che ho in mente, invece, sono gli sport cosiddetti normali, che la gente fa in tutta calma e tranquillità ogni giorno, soltanto che poi si fanno malissimo o ci restano direttamente secchi sul colpo come si vede al TG o come si legge sui giornali.

Ecco allora una breve carrellata di sport normali e letali, che sicuramente farete anche voi senza mai nemmeno porvi il problema... a parte ovviamente nel momento in cui vi rompete qualcosa.

Equitazione: uno degli sport estivi più popolari (chi cavolo ce l'ha il cavallo per andarci tutto l'anno?) e anche uno dei più mortali.

Io in particolare da bambino ero un tenero cicciottello, e pesavo tipo centoventi kg: le prime lezioni di prova sono andate benissimo, ma poi il cavallo piccolo e buono per i ragazzini ha iniziato a riconoscermi, e quando mi sentiva arrivare scappava nascondersi sotto le macchine come fanno i gatti.

Alla fine mi hanno appioppato a una specie di mammuth nero ed enorme, tipo il cavallo di Kenshiro. Quando ci salivo sopra, quella specie di mostro faceva come se non esistessi e andava tranquillo a mangiarsi il fieno per i cavoli suoi con me sopra. Questa è stata un po' la mia salvezza, perché durante le stesse lezioni che ho passato a guardare il mio destriero che si nutriva (senza per lo meno uccidermi) sono avvenuti incidenti del tipo:

- Signore caduto sul filo spinato, con conseguenti lievi cicatrici profonde solo pochi centimetri: gli ambulanzieri mandati a soccorrerlo svenivano uno dopo l'altro, per cui credo che sia ancora lì.

- Bambina schiacciata dal cavallo che aveva deciso di togliersi la sella, con lei in groppa.

- Donna trascinata per settecento metri sopra una sassaiola col piede incastrato in una staffa, tipo film western. Quando è arrivato, il veterinario ha sparato a lei.

Calcetto: chi non ci ha mai giocato? Quando giocate a calcetto, è buona norma che qualcuno si faccia male. Ci sono medici famosi che hanno costruito una fortuna sul gioco del calcetto (o sulle sue conseguenze funeste). Io stesso che ci ho giocato 3 volte in vita mia mi sono beccato un'entrata di peso nello stinco e ho zoppicato per un anno, e qualche volta quando arriva la pioggia ancora mi fa male.

Vela/canoa/sport acquatici: io mi chiedo chi ha deciso per primo che andare in barca a vela era bello. Cioè, posso capire che adesso fanno la pubblicità, tu ci caschi e ormai sei fregato, ma una volta che ci trovavano?

Tra il sole che ustiona, la sabbia sul fondo dell'imbarcazione che ti graffia e poi ovviamente ti ci va l'acqua salata che brucia, il boma che fa avanti e indietro tipo ghigliottina e come ti sbagli (e tanto le prime volte ti sbagli perché t'insegnano male apposta per prenderti per il culo) ti arriva una tranvata che da lì in poi navighi accucciato tipo trincea della prima guerra mondiale. Comunque sì, vabbé: in un certo senso è molto bello.

Il windsurf è responsabile del maggior numero di dispersi in mare e mai più ritrovati, mentre con la canoa a due una volta che vi cappottate è impossibile tornare sopra perché il secondo farà sempre cadere in mare l'altro.

In casi come questo, l'unica è salire per primi e prendere a timonate il compagno finché non si arrende e torna indietro a nuoto (o almeno ci prova): in questo modo - in genere - almeno uno dei due si salva.

E dulcis in fundo, lo sport letale per eccellenza:

Lo sci: scordatevi scene alla Fantozzi (che comunque è alquanto verosimile) e sentite la realtà. Io quando vado a sciare sono (giustamente) terrorizzato, e mi metto a scendere piano piano facendo ampie, lente curve, nella speranza di non cadere in un fosso e di non aprirmi la testa su qualche lastra di ghiaccio, che poi prendo freddo al cervello.

Il fatto è che io davvero ho paura a fare diversamente e scendo piano piano, ma questo è il comportamento più pericoloso in assoluto! Quando vanno a sciare, la maggior parte delle persone devono andare giù il più veloce possibile, e ti sfrecciano a uovo a mezzo millimetro di distanza con l'attrito dell'aria che gli infiamma la tuta. Se fai le curve, rischi che ti mettano sotto e ti passino da parte a parte con gli sci, che tra l'altro essendo quotidianamente immersi nella sciolina vi trafiggono che è una bellezza.

Ma voi ce la vedete mai in palestra, a correre, a dieta o semplicemente a fare ginnastica tutta quella gente che poi intasa le piste da sci? Ovviamente la domanda è retorica: il fatto è che qualsiasi scemo che passa 11 mesi e 24 giorni l'anno seduto a guardare la TV poi pretende di montare sugli sci e precipitarsi giù per le nere coi teschi nel corso di una singola e unica settimana all'anno.

Risultato: avendo aiutato per un po' il soccorso piste (io stavo lì che mangiavo e quando partivano dicevo: mi dispiace, non so sciare) so che subito dopo pranzo, verso le 2, quando la neve si ammorbidisce un po' (l'ideale per svitarvi i legamenti delle ginocchia) è il momento in cui qualcuno si fa sempre male per forza. L'incidente sciistico non è una fatalità ma una ricorrenza, e tanto varrebbe che le ambulanze si mettessero direttamente a fondo pista a raccogliere le persone che rotolano giù senza nemmeno aspettare la chiamata in sede, che tanto perdi solo tempo.

A dire il vero, io metterei a fondo pista direttamente l'ospedale, con tanto di skilift che vi porta attraverso il reparto ortopedia e fin dentro alla sala operatoria.

E mi sa che adesso mi ruberanno l'idea ^^.

Simone

06/05/09

Tanti motivi per essere contenti della crisi economica.

Qualche commento personale su questa crisi economica mondiale, così ci facciamo una risata e poi passa tutto. O al limite non passa nulla e succede una catastrofe, ma in fin dei conti sono cose che capitano.

Tanti motivi per essere felici della crisi economica.

- Vi lamentavate sempre che avevate troppo da lavorare, e adesso che siete disoccupati vi lagnate che il lavoro è troppo poco: evidentemente, il problema siete voi.

- Se nessuno lavora più e nessuno ha più una lira, forse una di queste sere riuscirete a provare quel costosissimo ristorante famoso in cui non trovate mai un tavolo, perché è sempre pieno.

- Finalmente avrete il tempo per prendervi quella seconda laurea. Poi resterete comunque disoccupati, ma sempre una volta sola!

- Il prezzo del petrolio è destinato a crollare: chi compra benzina, senza nemmeno una macchina?

- Se facevate volontariato già da prima, state messi ancora meglio: quando porterete coperte ai senzatetto, in fin dei conti, starete aiutando voi stessi!

- L'evasione fiscale scenderà ai minimi storici: la gente guadagnerà così poco che tanto varrà pagarle, le tasse.

- Il vostro schifoso stage a tempo determinato full time da 200 euro al mese con annessi maltrattamenti, mobbing e molestie sul lavoro diventerà un impiego invidiabile. Peccato che perderete anche quello.

- La vostra ex moglie dovrà cercarsi un lavoro, perché la metà del vostro stipendio che si becca con gli alimenti non gli basterà più. Il problema è che voi morirete di fame.

- Qualche politico dirà qualcosa, qualcun altro commenterà aspramente, voi appoggerete o l'una o l'altra fazione e alla fine non cambierà un cavolo lo stesso. Però vi sentirete eticamente appagati.

- E poi, cerchiamo di essere obiettivi:

Sono decenni che nel nostro paese non c'è lavoro, non si fanno nuove infrastrutture, ci sono situazioni di disagio, povertà e abbandono. La grave situazione di cui si parla tanto in tutto il mondo, insomma, è lo stato di normale instabilità in cui noi italiani siamo vissuti fino a oggi.

La crisi economica c'era già prima, insomma: è solo che, adesso, siamo completamente fottuti.

Simone

29/04/09

Se fossi a capo di un malvagio regime.

Sono assolutamente daccordo con voi: i regimi sono sbagliati, la libertà è importante e i diritti individuali sono indispensabili, inalienabili e tutti gli inabili che più vi piacciono. Però, ecco, le cose stanno così se il regime lo fa qualcun altro, e voi siete la vittima infelice e senza speranza che deve rassegnarsi a lasciarsi opprimere.

Ma se il regime lo facessi io? Oddio, non fraintendete (che davvero è la volta che finisco in galera!): io non voglio fare nulla di benché minimamente contrario alla democrazia, alla libertà e a tutte queste belle cose. Semplicemente, mi chiedo: cosa pensano i dittatori, i capi di stato e tutti quei crudeli governanti senza pietà che si vedono al cinema, nei fumetti, nei videogiochi o - più semplicemente - al telegiornale?

Ovviamente, io questo non lo so. Però se toccasse a me, se fossi cioè io a capo di tutto al posto di uno di loro, credo che mi organizzerei così:

- Finanzierei programmi televisivi contro di me, pagando goffi umoristi per prendermi per il culo e lasciandomi sputtanare da vignette di dubbio gusto. Alla fine, poi, commenterei: vedete? I miei oppositori hanno piena libertà di dire quello che gli pare. E ora non rompetemi più le palle, che altrimenti vi fucilo di nuovo!

- Corromperei metà dei giornalisti per fargli scrivere che sono tanto tanto buono, mentre all'altra metà ordinerei di dire sempre che sono brutto e cattivo. In questo modo sarebbero tutti impegnati a parlare a vuoto di me, piuttosto che pensare ai casini veri che ci sarebbero da risolvere.

- Pagherei qualcuno per fingere di morire quando faccio il gesto di strangolarlo da lontano, oppure se gli punto addosso il dito guardandolo con gli occhi cattivi: alle conferenze, sarebbe davvero una figata.

- Censurerei Internet e chiuderei tutti i siti tranne il mio, dove scriverei: click here for amazing free porn access! Quando però ci cliccate sopra verranno fuori tutti i miei ebook che non si chiudono più finché non li avete letti, nonché un virus scritto apposta per Machintosh che v'installa la beta di Windows-ME.

- M'inventerei un simbolo cattivo che spinga la gente a non fidarsi di me fin da subito: tipo una tarantola su di un teschio, delle siringhe insanguinate messe a X con dietro una lapide, un falcetto affilato incrociato con un oggetto contundente o anche una specie di grossa biscia minacciosa.

- Costruirei il mio consenso dicendo che sono per la pace, per la libertà, per la giustizia, per l'ambiente, per i diritti, per gli animali e per i bambini. Se mi criticate, è evidente che i cattivi siete voi.

- Brevetterei delle armi stupide e improbabili come la frusta elettrica, il boomerang avvelenato o i pattini con gli spuntoni, e obbligherei tutti ad andarci sempre in giro.

- Farei pubblicare recensioni positive per dei libri bruttissimi, così la gente crederà che i miei sono più belli (o almeno altrettanto brutti).

- Organizzerei tornei di Wrestling, campionati di calcio e gare automobilistiche truccate. Il prezzo per la sconfitta - come è naturale - sarebbe la morte.

- Farei annunci del tipo: adesso chiudiamo la scuola pubblica e gli ospedali, e usiamo i fondi per sviluppare nuovi quiz a risposta multipla su Facebook.

Poi lascerei sfogare un po' di lamentele, e alla fine direi con fare magnanimo: ok, avete vinto voi. Tagliamo solo un 40-50% del previsto, il ricavato l'investiamo nello sviluppo di nuovi balzelli e da adesso in poi, al posto dei testi classici ormai poco attuali, nelle scuole si studieranno i miei libri (la classica goccia che fa traboccare il vaso della rivoluzione, temo).

- Prima, però, aumenterei a dismisura le tasse con la scusa di voler stanziare denaro pubblico per costruire strutture e ampliare i servizi. Poi mi ruberei tutti i soldi, per spartirmeli con fedeli alleati, controllori corrotti e odiati oppositori (reali o presunti). Così la gente resterebbe senza nulla, nessuno li difenderebbe e alla fine la faremmo tutti franca alla faccia loro, in un paese più povero e più infelice dove governanti, funzionari e giornalisti fanno il cavolo che gli pare mentre i cittadini se la prendono in quel posto.

Ma vabbe'... quest'ultima cosa non avrei mai il coraggio di farla sul serio, e forse è anche un pochino assurda:

In fin dei conti, nessuno è davvero tanto malvagio.

Simone

06/04/09

L'ufficio della burocrazia della morte, che vi fa perdere la vita e venire un'ulcera.

Io sono un criminale assetato di malvagità e raggiri. O meglio: lo sono fino a prova contraria, visto che ogni volta che mi trovo a interagire con un ufficio pubblico devo produrre ettolitri di carte e certificati in triplice firma per ottemprerare a ingiustificate magagne burocratiche.

Non ci credete? Sì che ci credete, visto che capita anche a voi... ma ecco qualche esempio che vi farà girare le palle solo a leggerlo raccontato, per cui figuratevi quanto sono girate a me che li ho vissuti per davvero.

Ufficio protocollo dell'ente X (non metto i nomi per ovvi motivi, però diciamo che in questo caso la X non si discosta molto dal nome vero): nell'ufficio dove collaboro io ci siamo persi una lettera (nel senso che non si sa nemmeno se è arrivata oppure no) per cui mi reco per l'appunto all'ufficio protocollo in cerca di qualche traccia del documento smarrito originale.

Mi trovo davanti a un'impiegata di 128 anni: andrà in pensione dopo che avrà finito di smistare 60 anni di lettere dell'ente X tutte da sola... per cui probabilmente non ci andrà mai.

«Ci siamo persi una lettera» gli dico, con tono credo gentile. «Può cercare sul protocollo se e quando è arrivata?»

Quella lì strabuzza gli occhi come se gli avessi chiesto di compiere un atto contro natura, tipo lavare la macchina quando piove.

«Ma non è possibile! Per trovarla bisognerebbe guardare tutto il protocollo

Be', in un certo senso è proprio così... ma l'arte di protocollare la posta in entrata non dovrebbe servire proprio a queste cose? Cioè, questa tizia si è mai chiesta, negli ultimi 60 anni, a cosa servisse il suo lavoro?

Però io non mi perdo d'animo. In fin dei conti, adoro fare il lavoro degli altri quando questi mi maltrattano. Per cui sorrido e mi faccio avanti.

«Non fa niente! Mi metto io a cercare sui vecchi registri. Che problema c'è?»

«Ma sta scherzando?!» altro che lavare la macchina: adesso pare che gli abbia chiesto di fare sesso con me (possibile che tutte le donne reagiscano allo stesso modo?) «Solo IO posso TOCCARE il registro del protocollo. Nessun altro è autorizzato!»

Ok: solo io posso farlo, però non lo faccio. Fine della storia.

E la lettera non fu trovata mai più.

Ufficio pubblico di quelli tipo acqua/gas/elettricità e cose del genere:

Arrivo tutto contento, come del resto sono sempre contento quando mi sveglio alle 7 di mattina per andare a fare la fila a qualche sportello.

Prendo un numeretto e inizio ad aspettare, ma visto che un amico che deve portare parte degli incartamenti sta tardando, dopo un po' torno al bancone dell'accettazione.

«Posso avere un altro numeretto?» chiedo alla ragazza che lavora lì (tra l'altro, il suo impiego consiste nello schiacciare il tasto e darti il tagliandino numerato che viene fuori).

Ovviamente, lei pensa subito che sia pazzo.

«Che deve farsene di due numeretti? Uno già ce l'ha!»

«Il fatto è che la persona che aspetto è in ritardo, e stanno per chiamare il mio numero. Se ne prendo subito un secondo, poi devo aspettare di meno nel caso che finisca con il perdere il turno».

Ok, ammetto che la mia spiegazione non è stata forse così chiara, però giuro di essere stato gentile e tranquillo. Almeno credo.

La simpatica signorina, però, è esasperata.

«Poi li spreca tutti e due! (Come darle torto? Lei poverina dà i numeretti, e la gente li butta via). Ma se proprio ne vuole un altro a tutti i costi, allora se lo prenda!»

Ovviamente queste cose le dice come se stesse parlando con un pazzo esaurito fuori di testa che vive in un tombino e si nutre mangiando tagliandini numerati. Che poi in effetti non hanno un cattivo sapore... ma andiamo avanti: finalmente sono arrivate le carte che mancavano, ed è giunto anche il mio turno.

«Ci arriva una bolletta con un'intestazione errata» spiego, poggiando sul banco un plico di fogli firmati e controfirmati e timbrati e inceralaccati col sangue di 3 umani diversi e due gatti. «Vorrei darvi l'intestazione corretta, per cui come mi è stato richiesto ho portato, nell'ordine: domanda in carta bollata, documento mio, documento del proprietario, delega, stralcio catastale, dichiarazione di nulla mutato, certificato di prevenzione incendi, legge 10/91, iscrizione alla camera di commercio della ditta dell'ascensore, analisi del sangue e delle urine del proprietario e di tutti gli inquilini, dichiarazioni dei redditi degli ultimi 2 anni del tizio che abita di fronte, certificato di battesimo e - infine - prova di fertilità sotto stress (quest'ultima non è tanto spiacevole, a dire il vero)».

Il tizio annuisce. Guarda tutti i fogli, e dalla sua espressione delusa pare che sia davvero tutto a posto. Poi, finalmente, s'illumina.

«L'edificio si trova in una strada che ha cambiato nome dopo la Seconda Guerra Mondiale (ci credo, è stata rasa al suolo dai bombardamenti!). Per questo motivo deve portarci una dichiarazione giurata del proprietario con conseguente nuova delega, copia del documento suo e di lui, firma in triplice copia e pagina di letterine con tante A, che da come scrive vedo che non le sa fare bene».

A quel punto non so cosa mi sia preso. Cioè, pare strano, inumano o anche assurdo, ma ero effettivamente un tantinello contrariato.

«Guardi che sono io che devo pagare voi» dico, col tono amabile di uno che sta per sgozzare degli innocenti. «Ma credete che m'inventi un casino del genere per pagare la bolletta di un altro? Se ogni volta che uno deve dare dei soldi a me gli rompessi il cazzo a questo modo, a quest'ora sarei morto di fame!»

E ok: ammetto di avere esagerato, turbando il gentile animo del poveruomo che si trovava davanti a me, sgomento e basito dalla mia reazione d'inumana ferocia.

Ha fatto benissimo a mandarmi a quel paese, chiudendomi lo sportello in faccia.

Simone

31/03/09

Perchè il mondo di oggi fa meno schifo del mondo di 20 anni fa.

Se vi capita di leggere qualche nuovo libro, di bazzicare su forum, blog e siti internet, o se avete addirittura l'ardire di guardare il telegiornale, potreste provare la stessa mia impressione di ritrovarvi in mezzo a una vera e propria epidemia di pessimismo catastrofico e senza speranza.

Molta gente appare sinceramente convinta che il mondo vada di male in peggio, e che ogni volta che sorge il sole la vita faccia quel tantinello che basta più schifo di quanto già non facesse il giorno precedente. Saremmo insomma in una sorta di parabola discendente, destinati a un futuro oscuro e deprimente da cui nessuno ci salverà: nemmeno i nostri eccellenti e stimati politici.

Una volta non era così, ma oggi siamo tutti molto più negativi... vedete? Ci stavo quasi cascando pure io (e penso anche di averlo fatto, magari sul post sui giovani di qualche tempo fa) mentre l'intenzione che ho in questo momento è di fare esattamente il contrario: convincervi che il mondo odierno fa molto meno schifo di quello di qualche anno fa, anche se forse in questo momento siete convinti del contrario.

Perché il mondo di oggi fa meno schifo di quello di 20 anni fa:


- Una volta non c'era la posta elettronica, non c'era il telefonino, non c'era MSN e non c'era nemmeno Facebook: i rompicoglioni ve li ritrovavate direttamente dentro casa.

- Negli anni '80, se ti venivano certe malattie eri decisamente fottuto. Oggi su certe cose stiamo messi meglio, e hanno anche inventato dei sistemi per capire in anticipo se state per ammalarvi, così da iniziare eventuali cure il più presto possibile.

Se poi fingete di non ricordare dove vi hanno infilato quel tubo di due metri, il vostro ottimismo ne uscirà ancora più accresciuto.

- 20 anni fa c'erano i Duran Duran, gli Spandau Ballet e i Pet Shop Boys (credo).

La musica di oggi fa estremamente più schifo. Però possiamo sempre riascoltare quella degli anni '80 e '90, e tra l'altro possiamo anche scaricarcela senza pagare un caz... volevo dire (prima che mi arrestino): senza pagare nulla più dei giusti e dovuti diritti d'autore, ovviamente.

- Non c'erano i call center, e la gente vi suonava alla porta per cercare di vendervi della roba che non volevate.

- Ancora pochi anni fa, se cercavate delle informazioni vi toccava guardare su un'enciclopedia o - vade retro! - andare in biblioteca.

Adesso basta una ricerca su Wikipedia, e avrete subito tutte le informazioni di cui sentivate il bisogno... anche se probabilmente saranno sbagliate.

- 20 anni fa le macchine avevano una levetta per l'aria, e quando faceva troppo freddo non si mettevano in moto. Oggi se la macchina non parte non avete idea di cosa possa essere successo, e l'unica è chiamare il carroattrezzi.

Però non vi tocca tirare nessuna levetta.

- Prima c'erano gli occhiali spessi 5 centimetri e le lenti a contatto che vi bruciavano gli occhi, e leggere un libro per acculturarvi era una tortura. Ora c'è la chirurgia col laser e le lenti a contatto usa e getta (che io non porto per cui non ho idea se siano o no un miglioramento) e per acculturarvi - coi libri che stampano adesso - vi basta semplicemente non leggerli.

- Una volta, quando scoppiava una guerra, la gente assaliva i supermercati per fare la scorta di provviste. Oggi quando c'è la consueta guerra annuale la gente corre a comprarsi il decoder per vederla in televisione, e se la finale di coppa capita lo stesso giorno - giustamente - s'incazza.

- Negli anni '80 c'era il Nintendo che aveva una grafica schifosa e i giochi erano tutti uguali. Oggi c'è sempre il Nintendo e i giochi sono sempre gli stessi, uguali e identici. La grafica, però, fa un po' meno schifo.

- Per vedere un paio di tette toccava guardarsi Colpo Grosso o - al bisogno - i film di Pierino. Oggi se scrivete tette su Google ne trovate talmente tante che finirete con l'annoiarvi.

E poi, tanto per concludere con le solite battute per nulla originali:

- 20 anni fa scrivevo i temi, facevo i disegnini sul diario o - al limite - buttavo giù gli abbozzi dei miei primissimi racconti, che purtroppo non potevo mettere online.

Oggi qualsiasi boiata mi viene in mente la scrivo direttamente sul PC, così poi posso metterla sul blog e farvela leggere.

Tra altri 20 anni avrò un proiettore olografico con cui entrerò a casa vostra, vi leggerò i miei post ad alta voce mentre cercate di dormire e mi fregherò anche la spesa dal frigorifero mentre voi siete in bagno.

E con la prospettiva di un futuro del genere, come potete non essere tremendamente ottimisti?

Simone

23/03/09

Azmera, Babatunde, Dio, il preservativo e - soprattutto - l'AIDS.

Babatunde vive in un ridente paesino dell'Africa.

È un posto un po' fuori mano, appena circondato dalla Savana e con un ospedale a soli centottanta Km di distanza, una missione di frati da qualche parte difficile da raggiungere e ben tre o quattro pozzi d'acqua a non più di sette o otto Km da casa sua.

In realtà Babatunde ha un gran culo, perché pur vivendo in Africa il suo paese è bene o male un posto accogliente: c'è un massacro solo una o due volte l'anno, gli integralisti religiosi mettono giusto una bomba ogni tanto e l'attuale dittatore è buono e non tortura i suoi nemici troppo a lungo prima di ucciderli.

Fortuna delle fortune, vicino casa di Babatunde ha aperto la sede di una grande ONG famosa e nel suo quartiere sono state avviate una serie di campagne volte a salvare il futuro dell'intero continente africano nel giro di soli sei-sette, al massimo nove secoli.

Quella sera, Babatunde stacca presto da lavoro (fa il consulente immobiliare in un punto della savana particolarmente desolato, e non è che abbia molti clienti) fa un salto a conoscere quelli della ONG e poi torna di corsa a casa con in testa delle idee molto particolari...

«Da adesso in poi dobbiamo trombare solo col preservativo» dice alla moglie «Così poi non ci prendiamo più l'AIDS... e soprattutto non tiri fuori il dodicesimo ragazzino, che già non c'abbiamo i soldi per sfamarne nemmeno uno».

Ma Azmera, come tutte le mogli del mondo, trova subito qualcosa da ridire:
«Il Papa ha detto che non devi usare anticoncezionali, se no vai all'inferno. Insomma da oggi in poi non si tromba più e basta, fine della storia».

«Ma senti, io l'ho capito che Dio è buono e misericordioso... però già c'abbiamo le malattie, il deserto, la guerra, l'inquinamento, il regime, la disoccupazione, la fame, la siccità, la morte, i cellulari che non prendono mai e un satellite con dei canali bruttissimi. Pure Lui, almeno una cosa poteva lasciarcela!»

«No» Azmera è inflessibile. «Se vuoi trombiamo senza preservativo, ma se poi ti prendi l'AIDS sono affari tuoi».

«Ma se nessuno di noi è malato che pericolo c'è? Tu non avrai mica degli amanti, vero?»

La donna si stringe nelle spalle.
«In questo momento solo sette o otto, ma dipende da quanto lavoro ho. E tu?»

«Io ti sono sempre stato fedelissimo! Faccio giusto qualche stupro durante i saccheggi e le guerre civili, ma uso sempre il preservativo anche lì: sono una persona pulita, io!»

«Tra l'altro» aggiunge Azmera. «A sposarci è stato quel tizio che va in giro con la maschera e il gonnellino di paglia, e il prete mi ha detto che non vale: non siamo davvero marito e moglie, per cui alla fine non possiamo trombare mai in nessun caso. Anticoncenzionali o no».

Babatunde sta davvero per uscire dai gangheri.
«Senti: adesso vado in farmacia, prendo il preservativo e lo usiamo lo stesso. Sono solo centottanta km a piedi, che vuoi che ci metta ad andare e tornare?»

«E dove li prendi i soldi? Una scatola costa tipo 12 euro, e te 12 euro li guadagni in sei mesi!»

«Ah no! I preservativi te li regalano: hanno detto che solo adesso ne hanno portati un milione dall'Europa. Qui siamo solo 33 milioni di malati, per cui un preservativo su 33 fa...
L'uomo ci pensa un po', poi si ricorda che non è mai andato a scuola, e non sa fare le divisioni.
«Non me ne frega niente» conclude. «L'importante è che trombo almeno io!»

«Ma che gentili questi europei!» commenta la donna. «Pensa che hanno anche delle medicine che ritardano la malattia: muori dopo 30 anni, e se pensi che qui da noi la vita media è di 20...»

«Ma quali medicine! Lo sai quanto costerebbe curare tutti? Almeno quanto un paio di quegli aerei che ogni tanto vengono giù e distruggono tutto. E poi non vorrai mica che taglino la ricerca per i gas letali e le mine antiuomo solo per curare l'AIDS!»

«Ho capito» sospira Azmera. «Però uno della ONG che ci capiva un po' di più mi ha detto che, se la gente smettesse di aspettare che lo risolva qualcun altro, forse il problema si risolverebbe davvero. Secondo un prete simpatico, poi, sarebbe meglio fare sesso sempre con la stessa persona per tutta la vita. Però il preservativo possiamo comunque usarlo, perché Dio non vuole che muoriamo d'AIDS».

Babatunde ci pensa un po', e poi scuote la testa.
«Non lo so. Comunque per oggi lasciamo stare, che ormai s'è fatto tardi: domani viene il controllo per la 626, e se trovano qualcosa fuori posto ci uccidono tutti...
«Meglio che andiamo a dormire».

Simone

16/03/09

Il malessere dei (quasi) giovani d'oggi.

Secondo me la mia generazione, quella dei più o meno 30enni di oggi, non vive troppo bene.

Non è una situazione di povertà, o un malessere fisico, e anzi rispetto a tutti quelli che sono vissuti prima di noi nella storia dell'umanità ce la passiamo alla grande. Però se vedo i miei amici, o anche a guardare me stesso, ho come la sensazione che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato.

Saranno le immagini con cui ci hanno bombardato fin da ragazzini. I troppi fumetti e il cinema. Forse i computer, la pubblicità, i cartoni animati... o anche qualcosa che è troppo più difficile da individuare. Magari qualche notizia passata al TG e che ci ha sconvolti tutti, creando una sorta di trauma generazionale senza che i nostri genitori, gli adulti di allora, se ne accorgessero.

Un ragazzino della tua età è caduto in un pozzo, nessuno poteva salvarlo ed è morto. Un ragazzino della tua età non aveva da mangiare, nessuno lo ha aiutato ed è morto. Un ragazzino della tua età è finito sopra una mina ed è morto. Aveva la tua età, non c'era niente da fare ed è morto. Morto morto morto.

E io ricordo che davvero ci stavo male: m'immaginavo incastrato dentro a un pozzo buio e umido. Minacciato dai bombardamenti, sgozzato dai terroristi, malato, rapito, morto di fame, orfano e abbandonato e non so in che altra situazione disperata. Di me non sarebbe fregato niente a nessuno, e sarei morto solo e disperato.

Oppure sarà colpa di qualcosa legata al sesso, o magari ancora questo assurdo bisogno che ci hanno inculcato di apparire a tutti i costi senza però, allo stesso tempo, fare qualcosa che ci distingua realmente dagli altri.

Adesso non so se tutte queste cose hanno davvero avuto una qualche influenza su di noi, ma io avverto nella mia generazione un qualcosa di diverso che prima non c'era. Voglio dire: alla nostra età, i nostri genitori avevano già fatto famiglia. Avevano un lavoro che sarebbe rimasto quello, avevano una casa, avevano una routine e avevano anche un casino di problemi da risolvere ma che comunque - giorno per giorno - affrontavano.

Oggi invece è già tanto se uno ha capito il lavoro che vorrebbe fare, figuriamoci arrivare a farlo. Passiamo da una relazione all'altra (amorosa o di amicizia) come se le persone attorno a noi fossero dei vestiti alla moda da sfoggiare un po' prima di gettare in qualche armadio. I nostri sogni non si realizzano mai, e spesso preferiamo mollare tutto e ricominciare da capo con qualcos'altro, perché tanto non era destino.

Cioè, signori miei (e smettiamola di farci chiamare ragazzi!): io ho solo amici che vorrebbero farsi casa, vorrebbero trovare un lavoro figo, vorrebbero trovare la donna (o l'uomo) dei loro sogni, vorrebbero scrivere, vorrebbero fare questa cosa qui, andare in quel posto là, e i più furbi sono quelli che vorrebbero semplicemente scappare. Però poi mi ritrovo a feste con gente che parla solo di film e videogiochi, che s'ubriaca e basta, persone che ripetono solo le parole figa e scopare, gente che si fidanza e sfidanza come se fosse un hobby o certi tizi che passano la vita a lamentarsi che il mondo fa schifo, e che l'unica retta via sarebbe fare quello che fanno loro: e cioè un cazzo di niente.

Insomma, vorremmo e vorremmo ma poi non combiniamo mai un accidenti. Se poco poco iniziamo qualcosa, alla minima difficoltà molliamo tutto, diamo la colpa agli altri e corriamo a piangere dai nostri genitori.

Ma che razza di falliti sfigati siamo diventati e (sempre per quella storia di dare la colpa agli altri) cosa accidenti ci hanno fatto?

Io non lo so.

Io - davvero - non lo so.

Simone

09/03/09

Fondamenti di Biologia Sociale: la biodiversità del pensiero.

Lasciate stare il titolo, che veramente è un po' troppo criptico (non riesco proprio a trovare di meglio) e state a sentire questa cosa, che invece è abbastanza semplice: tutte le cellule del corpo umano hanno, al loro interno, lo stesso DNA. Lo sapevate?

A parte casi particolari che è inutile affrontare, i singoli costituenti cellulari di uno stesso organismo contengono la medesima informazione genetica: potenzialmente, le cellule del fegato sono uguali ai muscoli e sono uguali anche alla pelle o alle cellule delle ossa. Quello che cambia, è il modo in cui esprimono le informazioni contenute al loro interno, adattandosi ora a un organo, ora alla pelle e ora ancora (lo so, suona bruttissimo) al sangue.

Le cellule sono tutte diverse, insomma, ma allo stesso tempo sono anche tutte uguali: non suona un po' come qualche assioma strano che mi pare di aver già sentito?

E di certo non credo che le cellule dei mie capelli o degli occhi possano pensare per conto loro, però posso comunque immaginarlo:

«Ma guarda questi!» direbbero i costituenti di un pelo del naso, riferendosi alle cellule della mucosa che gli stanno intorno. «Stanno tutto il giorno lì a non fare niente, razza di mangiapane a tradimento».

E poi si rischierebbero situazioni veramente sgradevoli, del tipo:

«Maledette cellule del fegato» si lamenterebbero le fibre di qualche muscolo sfigato, tipo il Gracile che non serve a niente. «Si fregano tutto il glicogeno, e a noi tocca arrangiarci con l'acido lattico!»

Insomma, magari le cellule del nostro corpo sarebbero tutte un po' razziste, convinte di esprimere al meglio quel DNA comune che - in qualche modo - le rende tutte parti di un medesimo organismo. Eppure nessuna avrebbe davvero ragione: i muscoli senza le ossa non si muovono (o meglio, vice-versa). Le cellule della retina stanno tutto il giorno a prendere il sole per una ragione precisa, anche se magari a quelle del sedere faranno un po' invidia, mentre i reni in fin dei conti fanno un lavoro che non vuole nessuno ma che - decisamente - è indispensabile.

La diversità, o anche la totale e completa disuguaglianza, è fondamentale per la sopravvivenza. La vita, il pensiero, il nocciolo centrale dell'esistenza stessa nasce dal contrasto. L'appiattimento e l'omologazione non fanno bene alla vita, questo mi pare evidente.

E forse è un discorso assurdo, ma mi piace pensare - sognare forse - che lo stesso valga anche per le persone che vivono in una società:

Ci sono i preti e ci sono gli atei. Ci sono i comunisti, la gente di destra, le persone socievoli e quelli a cui invece gli stanno sulle palle tutti quanti. Ci sono gli artisti e i secchioni, gli sportivi e i pigri, chi guarda i reality e chi invece è convinto che la televisione sia la causa di tutti i mali.

Eppure, in maniera goffa, faticosa e spesso drammatica, l'umanità esiste. La società degli uomini nasce da opposti insanabili che, a loro modo, contengono una verità universale che è inscindibile da noi stessi. Come nelle cellule, c'è qualche individuo che alle volte dà di matto e bisogna rimetterlo al posto suo, ma per la maggior parte dei casi la nostra diversità è buona, salutare e viva.

Non so, forse quello che ho fatto è un paragone un po' azzardato, ma un pochino ci credo davvero: nessun uomo è del tutto cattivo (be', abbiammo detto quasi) e non c'è alcuna verità da imporre. Non esistono ideali fasulli, e nessuno prega il Dio sbagliato.

E l'unico accordo possibile, è la tolleranza.

Simone

23/02/09

Decalogo per diventare un giornalista di successo (o un blogger carcerato).

Se trovi una bella notizia, copiala: vi ricordate il vecchietto sorpreso a rubare in un supermercato e a cui poi la gente ha portato la spesa? È uscito su tutti i giornali con tanto di seguiti e particolari toccanti e strappalacrime... peccato solo che la storia fosse inventata.

La disperazione vende:
e ricordate sempre di porre domande di alta classe e sensibilità quali cosa ha provato nel sentirsi pugnalare? Che ne pensa della vita, ora che ha perso tutto quello che aveva? E poi, la prego, lo dica ai nostri telespettatori: è disposto a perdonare?

Informarsi e documentarsi è da sfigati: se scrivi un articolo su un argomento scientifico ma non sai nemmeno di cosa cazzo stai parlando, non preoccuparti. Basta inventare il nome di qualche eminente scienziato e a nessuno verrà mai in mente di andare a controllare se esiste davvero.

La politica è come il calcio: e gli elettori sono i tifosi. Fai il tifo sempre per la tua squadra e - comunque vadano le cose - quegli altri sono delle pippe.

Non ci sono notizie noiose, ma solo notizie mal presentate: se la partita è stata noiosa, è perché uno scambio di azioni ha portato a una situazione di equilibrio. Se muore un tizio di 90 anni si tratta di una drammatica scomparsa. Se a qualcuno gli si impalla il PC è per via della micidiale vulnerabilità delle reti informatiche, se il 40% delle persone non ha mai provato una droga vuol dire che il 60% sono possibili tossicodipendenti (tra l'altro le percentuali le ho appena inventate, da bravo giornalista) e se non è successo assolutamente nulla di degno di nota vuol dire che ci troviamo in un terribile momento di stasi.

Il razzismo funziona sempre: non scrivere insomma francese cade dal motorino ma piuttosto: cittadino straniero aggredito da marciapiede. Molto più efficace, no?

Alle notizie bisogna dare il giusto peso: questo significa che quando piove ci sarà presto un'alluvione. Quando fa caldo c'è la siccità e l'effetto serra. Se c'è una scossa di terremoto probabilmente potrebbero essercene altre molto più distruttive. Se un vulcano erutta metti le foto di Pompei. Se si parla di nucleare manda il filmato delle esplosioni atomiche. Se c'è un omicidio sottolinea sempre che è avvenuto in casa e la vittima era ignara di tutto e quando parli di una malattia mortale specifica bene il fatto che questa patologia può venire a tutti, in qualsiasi momento, e senza alcuna possibilità di scampo: la gente non cerca altro che una buona scusa per vivere nel terrore.

Se qualcosa è online, si vede che è gratis: trovate l'immagine di un pittore famoso appena deceduto, ma non potete permettervi la vertiginosa somma di 50 euro per pagarne l'utilizzo? Ma che problema c'è? Basta fare un copia-incolla dal sito di quello sfigato di Navarra ed è fatta. E sì questa cosa è successa davvero, ma non dico chi è stato perché poi i guai li passo io ^^.

La negatività vende di più:
avete mai letto di uno che ha fatto un viaggio aereo senza alcun intoppo o incidente mortale? E un'intervista a qualcuno guarito dal cancro? Un reportage sulle persone felici? Un elenco delle cose che sono migliorate in Italia negli ultimi 10 anni? Famiglie riunite in prima pagina? Aspiranti suicidi che ritrovano la gioia di vivere? Bambini subito ritrovati anziché smarriti per sempre? Extracomunitari aiutati dagli italiani a loro volta aiutati da altri extracomunitari? L'arresto cardiaco salvato dai soccorsi adeguati e giunti prontamente?

Eppure le cose belle succedono davvero, e neanche troppo di rado... peccato solo che non piacciano a nessuno.

Simone

09/02/09

Se fossimo tutti un po' gay.

Chiudo il discorso dell'altra volta con qualche riflessione aggiuntiva su questo tema, ma chiariamo subito: questo non vuole essere un articolo su motivi, cause e ragioni che portano a omo/etero/bi/trisessualità, e non è nemmeno un trattato politico o una presa di posizione pro o contro determinati atteggiamenti e stili di vita.

Per queste cose la rete è già piena di materiale più interessante, magari scritto da qualcuno con una mezza cultura a riguardo sulla quale basare eventuali prese di posizione. Insomma, se cercate un discorso serio potete tranquillamente leggere altrove, mentre io con questo post voglio soltanto dire che, se fossimo tutti un po' gay:

- Le uscite tra single sarebbero molto più interessanti.

- Le discussioni parlamentari giungerebbero a conclusioni inaspettate, e alle conferenze internazionali combinerebbero almeno qualcosa.

- Il mondo vivrebbe in pace... o sotto la continua minaccia di qualche checca isterica.

- Ci sarebbero sempre quelli che odiano chi è troppo gay (o chi lo è troppo poco). Però li picchierebbero piano, battendo il piede per fare più rumore.

- La lega ce l'avrebbe sempre duro, ma non lo vedo come un vantaggio.

- I PACS e altre cose del genere sarebbero scontati, e qualcuno si batterebbe per il matrimonio a tre.

- Tutti riconosceremmo la dolcezza degli animali e la bellezza della natura... e le annienteremmo tra enormi sensi di colpa.

- I fucili sarebbero tutti colorati, e sparerebbero proiettili a forma di cuore.

- Potreste parlare di omosessualità in un post senza ritrovarvi il blog invaso dagli annunci porno (come invece è successo a me).

- Le foto in cui vi taggano su Facebook non ritrarrebbero necessariamente il vostro volto... ma i vostri amici vi riconoscerebbero lo stesso.

- Gli scrittori emergenti sarebbero sexy. E vabbè: almeno alcuni di loro.

- Qualcuno si farebbe psicanalizzare perché non si sente gay nella misura giusta. E qualcun altro guadagnerebbe 80 euro l'ora per convincerlo ad accettare la cosa. E poi si metterebbero insieme.

- Qualcuno manifesterebbe per un minimo sindacale di molestie sul luogo di lavoro.

- Andremmo tutti a dare gli esami in minigonna o in pantaloncini corti... e piangeremmo già dal giorno prima.

- Le prostitute costerebbero molto meno, e le donne andrebbero in giro con un macchinone nella speranza di rimorchiare qualcuno.

- Ci sarebbero locali per soli etero, con tanto di Dark Room. Peccato solo che sarebbe vuota.

- Al mare, tutti guarderebbero il sedere a tutti, e incontrare una ragazza in compagnia del classico palestrato sarebbe un punto a favore.

E per chiudere:


- I commentatori anonimi mi insulterebbero comunque per aver scritto questo post. Poi però tornerebbero a scusarsi, dicendo di non sapere che cosa gli è preso.

E poi tutti insieme ci metteremmo a piangere.

Simone

02/02/09

Simone Maria Navarra e il viaggio nel paese dei frrrrrrrrrr... gay.

Vacanza studio a Barcellona. Ok, vacanza e basta, che tanto sai chi ci crede.

Per il fine settimana decido di fare un giro per i dintorni della città, e guardando sulla guida vengo incuriosito da una certa Sitges: città balneare molto frequentata - dice la descrizione - nonché sede di una nutrita comunità gay.

«Perché a Barcellona ce ne stanno pochi» commento io, ignaro di quello a cui stavo andando incontro. E allora prendo la mia roba e parto.

Qui ci starebbe bene una musica tipo Indiana Jones: io che entro di corsa nella stazione con lo zaino in spalla, il treno che sbuffa nuvolette di fumo (cosa impossibile oggigiorno, ma tant'è) e in cielo sopra di me appare un titolone a lettere cubitali: Simone Maria Navarra - sottotitolo - e il viaggio nel paese dei frgay.

Giunto a destinazione, scendo dal treno e mi ritrovo in un bel paesone con tanta gente, tanto sole e - come sperato - tanto mare. Sono stanchissimo dalla settimana di studio (e sangria) e senza stare tanto lì a esplorare raggiungo una delle spiaggette più defilate e mi butto a prendere il sole sull'asciugamano.

Per una buona mezz'ora me ne sto in una specie di dormiveglia, finché non riapro gli occhi e giungo alla tanto procrastinata decisione di guardarmi finalmente intorno:

Alla mia sinistra, due uomini si stanno spalmando a vicenda la crema sulla schiena.

«Gli spagnoli sono molto calorosi» rifletto. «Noi in Italia queste cose non le facciamo».

Mi volto dall'altra parte, e vedo un gruppo di ragazzi che prendono il sole accatastati uno sopra all'altro come i pezzi di quel gioco che devi togliere gli stecchini senza farli muovere. Davanti a me c'è un uomo nudo con un tribale enorme dietro al culo e più avanti, in mezzo al mare, cinque o sei ciccioni barbuti ridono contenti mentre staltano abbracciati tra loro.

Realizzo (sbagliando) che quella deve essere la spiaggia gay, e nella mia sana tolleranza multietnica-sessuale-razziale e culturare decido di muovermi al solo scopo di andare a mangiare qualcosa... e allontanarmi da quella masnada di culattoni.

Riprendo insomma la mia esplorazione di Sitges, questa volta guardandomi intorno con un atteggiamento più indagatore, e mi rendo improvvisamente conto di una cosa: a Sitges sono (quasi) tutti omosessuali.

Ci sono gay, lesbiche, trans e tutte le varie combinazioni disponibili. Vedo coppie gay con cagnetti gay al guinzaglio. Pattinatori nella corsia riservata che gridano pista, pistaaaaa! in tono effemminato. Sportivi gay che corrono all'indietro sul bagnasciuga sperando di urtare qualcosa. Mamme e papà gay spingono carrozzine ricoperte di paillettes con dentro bimbi con tutine del colore sbagliato. Anche i gabbiani battono le ali in maniera equivoca, mentre i gatti randagi maschi si strusciano tra loro in posizioni lascive.

A un tratto una tettona alta un metro e ottanta, in topless, praticamente uscita da una puntata di Baywatch richiama la mia attenzione poggiandomi una mano su una spalla.

«La mia compagna mi ha tradita con un maschio» mi dice, con sguardo malizioso. «E io voglio vendicarmi di lei!»

Io mi stringo nelle spalle.

«Mi spiace ma sono etero» rispondo, andando avanti per la mia strada.

Alla fine decido che ormai sono lì, per cui tanto vale tornare in spiaggia... magari una di quelle dalla clientela meno estroversa.

Mi faccio il bagno, e poi mi metto a prendere il sole vicino a due uomini sulla sessantina dall'aspetto sufficientemente innocuo. Sono entrambi sul pelato andante, con una bella panzetta (ok, sono dei tripponi) e con dei baffi folti che gli danno un'aria simpatica. Sembrano quasi fratelli, e il fatto che sono quasi sicuramente sposati li rende in ogni caso parenti molto stretti.

Mentre ancora li osservo, uno dei due signori scrolla via un po' di sabbia dai baffi del - ehm - marito. Poi lo guarda negli occhi, gli fa un carezza, e a me sembra un gesto bello. Troppo bello, per essere una cosa brutta.

Più tardi rientro a Barcellona, e la sera mi incontro con il gruppo di amici che ho conosciuto lì.

«Sitges està piena de ricchiones» gli dico, in un meta-linguaggio a metà tra il romanaccio e lo spagnolo. «Porqué no me avete avvisados?»

«Noi veramente eravamo convinti che ci andassi proprio per quello» è la risposta degli altri.

E vabbe', del resto è anche normale: sono uno scrittore sensibile, di bell'aspetto e dai modi gentili...

Dovevo aspettarmi che mi prendessero per ricchione.

Simone